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domenica 29 dicembre 2013

Una mostra a Ottavia con i suoi tesori archeologici

foto da google esemplificativa



Un articolo di Rita Santolini Giordani su Amici di Monte Mario n. 126 del mese di ottobre 1990 ci fa capire quanto la Lucchina sia stata assurdamente svalorizzata e depredata dei suoi tesori archeologici.  Pensiamo anche alle venti tombe etrusche, e relativi ornamenti e reliquie, che sono state trovate durante la costruzione del cavalcavia sulla via Trionfale incrocio con Casal del Marmo. Secondo l'esponente del circolo Ecoidea di Lega Ambiente, prof. Nando Maurelli, tutte queste ricchezze sarebbero state trasportate e impacchettate in un grande deposito nel centro di Roma.
La domanda sorge spontanea: perchè ai cittadini di Ottavia e del municipio XIV non dovrebbe essere restituito il diritto di ammirare queste scoperte attraverso una grande mostra nel territorio di Roma Nord?

Una domanda che rivolgiamo sia alla Soprintendenza, sia all'Assessore comunale Flavia Barca e all'Assessore, con delega alla Cultura, Marco della Porta del Municipio XIV.

Per leggere l'articolo  CLICCA QUI 

sabato 21 dicembre 2013

Antenna selvaggia, le proposte ai Municipi XIV e XV

Nell'ambito della presentazione del Calendario di Ottavia di mercoledì 18 dicembre scorso, il presidente del Coordinamento Comitati Roma Nord, ing. Raffaele Capone, ha relazionato sulle stazioni radio-base per la telefonia mobile, il cui numero sta aumentando continuamente su terrazzi e terreni di tutti i quartieri del nostro municipio. Si è messo l'accento, ad esempio, sulle 4 antenne che si trovano sul tetto del Gulliver e del Cinema Starplex, fonti di ulteriore inquinamento elettromagnetico sul territorio che già riceve gli effetti dei ripetitori della Marina Militare presso Santa Rosa a La Storta e della Radio Vaticana presso Santa Maria di Galeria.
Il parroco di Santa Maddalena di Canossa ci ha informato che alcuni tecnici non meglio identificati (Arpa?) sono venuti a fare misurazioni del campo elettromagnetico presso l'edificio religioso e i suoi spazi esterni annessi.
Da questi presunti tecnici al parroco è stato riferito che i valori rilevati erano bassi e che poteva quindi stare tranquillo. 
La circostanza stranissima è che qualche autorità imprecisata si è mossa con molta discrezione e strategicamente dopo che il caso dell'antenna del Gulliver è stata sollevata dal nostro blog e, di riflesso, da altre testate online. 
Da quanto emerso nella presentazione del Calendario di Ottavia ogni antenna in più che si aggiunge ad altre preesistenti aumenta l'intensità dei Volt/metro colpendo soprattutto le abitazioni prospicienti che si trovano ad un' altezza corrispondente.
 Riteniamo quindi che le misurazioni effettuate solamente presso il piano basso della parrocchia non siano corrispondenti alla realtà effettiva di inquinamento elettromagnetico del nostro territorio. 
I presunti tecnici avrebbero dovuto misurare il campo elettromagnetico prodotto dalle antenne del Gulliver presso gli edifici residenziali che stanno intorno al centro commerciale: ad esempio le camere da letto dei piani alti del grande condominio che si trova su via Cesira Fiori adiacente all'area cani, le abitazioni che stanno all'incrocio tra via Panizzi e via Lucchina e l'edificio più alto che si trova di fronte al negozio di surgelati Crios di via Panizzi, esattamente sopra il supermercato cinese, l'asilo nido di via Ravera, il baby park di via Cesira Fiori e le palazzine al civico 49-61-63 di via della Lucchina.

Sarebbe altresì auspicabile, per rispetto dell'intelligenza e dei diritti dei cittadini, che le misurazioni fossero ripetute alla presenza di esponenti dei comitati e associazioni di quartiere e del circolo territoriale di Legambiente. 
In merito al problema, avendo sentito la relazione del Coordinamento Comitati Roma Nord nell'incontro del 18 dicembre, formuliamo le seguenti due proposte:

1)Ai consigli municipali del XIV° e XV° suggeriamo di formulare e approvare una deliberazione di indirizzo ai loro Presidenti perchè chiedano al Sindaco Marino e all'Arpa Lazio che l'iter partecipativo per l'installazione di una nuova antenna debba rispettare il principio di trasparenza e partecipazione ai sensi della legge 241/90 e della delibera comunale 57/2006.
Non deve essere più possibile, come è successo per l'impianto sul cinema starplex, che le aziende di telefonia possano installare un'antenna senza che i Municipi competenti, e i cittadini residenti attraverso di esso, siano minimamente informati.

2) Un protocollo d'intesa tra municipi e ASL RME per una consulta con i medici pediatri finalizzata sia a registrare eventi sentinella su siti a rischio specifici, sia per un rilevamento dei tassi di morbilità infantile.

Ovviamente noi rivolgiamo queste proposte a tutti i consiglieri municipali sensibili al problema dell'elettrosmog perchè formulino appropriate mozioni di indirizzo a tutela della salute dei cittadini e in particolar modo dei più piccoli.






mercoledì 18 dicembre 2013

E' nato...... da oggi lo trovate in sede, domani dappertutto...

E' stata una presentazione coi fiocchi come avevamo anticipato. Il nuovo calendario di Ottavia non poteva avere ostetrici migliori di quelli che stavano ieri pomeriggio sul palco della sala teatro nella Parrocchia di Santa Maddalena di Canossa. Quasi due ore di interventi a cominciare da Ennio De Risio dell'Associazione Amici di Montemario che ha illustrato il sua articolo sulla via Francigena fornendo notizie storiche e descrizioni del vecchio e nuovo tragitto dalla Storta alla Trionfale. Ha inoltre informato sulle iniziative che si terranno nel nostro municipio in una domenica di maggio 2014.

Il dr. Enzo Abbati, direttore editoriale de Il Periodico della Giustiniana, ha parlato della nascita di Ottavia e di come è nata del terzo libro che sta curando centrato proprio sul nostro quartiere.
La storia del Carcere minorile di Casal del Marmo, che è stata inserita nel calendario nei mesi di settembre e ottobre, è stata illustrata dai docenti proff. Antonio Parente e Raffaele Occulto che collaborano rispettivamente con l'Università La Sapienza e l'Università di Roma Tre. In particolare il prof. Parente ha descritto l'antico complesso educativo poi trasformato in istituto di pena, con il limitrofo complesso universitario del Ministero della Giustizia e gli impianti sportivi. Per la sua peculiarità è qualità, ha detto il relatore, L'istituto di Casal del Marmo ha ottenuto riconoscimenti a livello europeo e molti sono venuti a vederlo da tutta europa.

L'Ing. Raffaele Capone, Presidente del Coordinamento Comitati Roma Nord ha fatto il punto sulla situazione dell'elettrosmog dal punto di vista sia tecnico, sanitario e normativo parlando delle 4 antenne che stanno sul Gulliver. L'ing Capone ha interagito anche con il pubblico che per la prima volta, a Ottavia, ha potuto apprendere da una persona molto qualificata ed esperta, notizie e dati sugli effetti delle antenne.

Nando Maurelli del Circolo Ecoidea di Legambiente ha affrontato il tema dei tesori archeologici di Ottavia, rappresentato nel calendario in corrispondenza di agosto. Maurelli ha detto che sotto i terreni agricoli che erano destinati alla compensazione edilizia del divino amore, sono stati trovati insediamenti etruschi ed ha spiegato quale è stata negli anni la grande ricchezza dei ritrovamenti a Ottavia che purtroppo non ha mai ottenuto la giusta valorizzazione.

Ha concluso la presidente dell'Associazione Giovanna D'Annibale, la quale ha curato nel calendario i mesi di novembre e dicembre illustrando gli articoli sul nome di Ottavia nella storia di Roma e sul femminicidio.
Il pubblico presente ha mantenuto attenzione fino alla fine ringraziando tutti i relatori presenti.

Da oggi il calendario lo trovate in sede domani lo troverete dappertutto

Buona lettura


Assoicazione culturale Lucchina e Ottavia

lunedì 16 dicembre 2013

Calendario Ottavia 2014: il prof. Antonio Parente dell'Università Roma Tre alla Presentazione

Docente presso l'Università di Roma Tre con un lodevole servizio presso il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, il prof. Antonio Parente parteciperà alla presentazione del Calendario di Quartiere che si terrà domani Mercoledì 18 dicembre alle ore 18.30 presso la Parrocchia di Santa Maddalena di Canossa.
Il prof. Parente è autore di uno degli articoli del calendario che riguardano il Carcere Minorile di Casal del Marmo.
Assieme a lui, sarà presente il prof. Raffaele Occulto, docente dell'Università di Roma Tre con lunga esperienza nel settore socio-educativo.
Altra presenza qualificata di Organizzazione ambientalista parlerà della via Francigena che nella prossima primavera sarà al centro del quarto EuroFestival, con iniziative in diversi paesi europei e città italiane, tra le quali anche Roma. 
Sul tema dell'EuroFestival della via Francigena, la Rete delle Associazioni del Municipio XIV sta organizzando per la primavera iniziative in vari quartieri. 
E noi speriamo di poterle fare, con il coinvolgimento dei cittadini, anche a Ottavia.

MEMORANDUM:
Mercoledì 18 dicembre alle ore 18.30 presso la sala teatro della Parrocchia di Santa Maddalena di Canossa via della Lucchina 84 sarà presentato il calendario del quartiere Ottavia.
Sarà un vero e proprio seminario sui temi socio-culturali trattati nel calendario: Sicurezza nelle scuole, Carcere minorile di Casal del Marmo,  il quarto eurofestival della via Francigena, il carcere minorile, il femminicidio, la storia dei primi istituti scolastici del quartiere.
Interverranno docenti universitari ed esperti.

Ass.ne culturale Lucchina e Ottavia
Presidente Giovanna D'Annibale





venerdì 13 dicembre 2013

INVITO ALLA PRESENTAZIONE DEL CALENDARIO DI OTTAVIA 2014

I soci, i simpatizzanti e la Rete delle Associazioni del Municipio XIV sono invitati Mercoledì 18 dicembre 2013 alle ore 18.30 presso la Sala Teatro della Parrocchia di Santa Maddalena di Canossa dove presenteremo al pubblico il nuovo calendario di quartiere Ottavia 2014.
Non sarà solo una presentazione ma anche un momento importante di cultura e di informazione.
I temi trattati quest'anno sul calendario saranno commentati da esperti e autori.
Il prof. Raffaele Occulto dell'Università di Roma Tre introdurrà l'articolo del prof. Antonio Parente sul carcere minorile di Casal del Marmo;
L'ing. Raffaele Capone, presidente del Coordinamento Comitati Roma Nord presenterà l'articolo sull'inquinamento elettromagnetico e parlerà del fenomeno antenne nella nostra zona;
Relazionerà anche Il giornalista Enzo Abbati, direttore editoriale de Il Periodico della Giustiniana e autore del libro dal quale ci siamo ispirati per raccontare avvenimenti antichi di Ottavia e Monte Arsiccio.
Altri temi: la via Francigena, il femminicidio ecc ecc.
Insomma un breve incontro coi "fiocchi" al quale vi chiediamo di non mancare e, dopo l'incontro, di portarvi a casa il regalo dell'Associazione: questo bellissimo Calendario di Ottavia 2014.

Associazione Culturale Lucchina e Ottavia 
aderente alla Rete delle Associazioni del Municipio XIV

sabato 7 dicembre 2013

Il Ninfeo della Lucchina restaurato... grazie a noi!

Il Ninfeo della Lucchina dopo il restauro
"Habemus Ninfeo!!" ..da oltre un anno del Ninfeo della Lucchina ne parliamo sul nostro blog e  lo abbiamo persino inserito in evidenza nel Calendario di quartiere Ottavia 2013. Un calendario che è stato distribuito in 1500 copie e giunto nelle mani del vicepresidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, di un funzionario di Trenitalia che è venuta in assemblea a Ottavia, in alcuni uffici del commissariato e del municipio.
A nostro avviso, la forte azione di sensibilizzazione da noi condotta è stata determinante ai fini del restauro del Ninfeo della Lucchina, abbiamo contribuito a non far restare parole vuote la deliberazione del Municipio XIX del 25 febbraio 2012 in cui si autorizzava il Presidente del Municipio XIX (oggi XIV) a chiedere un intervento della Sovraintendenza ai beni archeologici. Oggi questo prezioso tesoro della Lucchina è pronto per le visite guidate.
 Avanti così e buon Calendario di Ottavia 2014 !


Ecco il Ninfeo come era prima, immerso nel degrado tra le erbacce:
Il Ninfeo della Lucchina come era prima




venerdì 6 dicembre 2013

Una società sciapa e infelice in cerca di connettività... 47° Rapporto Censis 2013

Le "Considerazioni generali» sulla situazione sociale del Paese"


Roma, 6 dicembre 2013 - Una sospensione da «reinfetazione». Oggi la società ha bisogno e voglia di tornare a respirare per reagire a due fattori che hanno caratterizzato l'anno. Il primo fattore è lo stato di sospensione da «reinfetazione» dei soggetti politici, delle associazioni di rappresentanza, delle forze sociali nelle responsabilità del Presidente della Repubblica. Ma la reinfetazione, in nome del valore della stabilità, riduce la liberazione delle energie vitali e implica il sottrarsi alle proprie responsabilità dei soggetti che, a diverso titolo e con differenti funzioni, dovrebbero concorrere allo sviluppo, che è sempre un processo di molti. Il secondo fattore è la scelta implicita e ambigua di «drammatizzare la crisi per gestire la crisi» da parte della classe dirigente, che tende a ricercare la sua legittimazione nell'impegno a dare stabilità al sistema partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre. Nel progressivo vuoto di classe politica e di leadership collettiva, i soggetti della vita quotidiana rischiano di restare in una condizione di incertezza senza prospettive di élite.

Il crollo non c'è. Il crollo atteso da molti non c'è stato. Negli anni della crisi abbiamo avuto il dominio di un solo processo, che ha impegnato ogni soggetto economico e sociale: la sopravvivenza. C'è stata la reazione di adattamento continuato (spesso il puro galleggiamento) delle imprese e delle famiglie. Abbiamo fatto tesoro di ciò che restava nella cultura collettiva dei valori acquisiti nello sviluppo passato (lo «scheletro contadino», l'imprenditorialità artigiana, l'internazionalizzazione su base mercantile), abbiamo fatto conto sulla capacità collettiva di riorientare i propri comportamenti (misura, sobrietà, autocontrollo), abbiamo sviluppato la propensione a riposizionare gli interessi (nelle strategie aziendali come in quelle familiari).

Una società sciapa e infelice. Quale realtà sociale abbiamo di fronte dopo la sopravvivenza? Oggi siamo una società più «sciapa»: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa. E siamo «malcontenti», quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il «grande lago della cetomedizzazione», storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.

Dov'è oggi il «sale alchemico»? Quel fervore che ha fatto da «sale alchemico» ai tanti mondi vitali che hanno operato come motori dello sviluppo degli ultimi decenni si intravede, tuttavia, nella lenta emersione di processi e soggetti di sviluppo che consentirebbero di andare oltre la sopravvivenza. Si registra una sempre più attiva responsabilità imprenditoriale femminile (nell'agroalimentare, nel turismo, nel terziario di relazione), l'iniziativa degli stranieri, la presa in carico di impulsi imprenditoriali da parte del territorio, la dinamicità delle centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all'estero (sono più di un milione le famiglie che hanno almeno un proprio componente in tale condizione) e che possono contribuire al formarsi di una Italia attiva nella grande platea della globalizzazione.

Nuove energie e responsabilità in due ambiti: revisione del welfare e economia digitale. Ci sono poi due grandi ambiti che consentirebbero l'apertura di nuovi spazi imprenditoriali e di nuove occasioni occupazionali. Il primo è il processo di radicale revisione del welfare: crescono il welfare privato (il ricorso alla spesa «di tasca propria» e/o alla copertura assicurativa), il welfare comunitario (attraverso la spesa degli enti locali, il volontariato, la socializzazione delle singole realtà del territorio), il welfare aziendale, il welfare associativo (con il ritorno a logiche mutualistiche e la responsabilizzazione delle associazioni di categoria). Il secondo ambito è quello della economia digitale: dalle reti infrastrutturali di nuova generazione al commercio elettronico, dalla elaborazione intelligente di grandi masse di dati agli applicativi basati sulla localizzazione geografica, dallo sviluppo degli strumenti digitali ai servizi innovativi di comunicazione, alla crescita massiccia di giovani «artigiani digitali».

In cerca di connettività. Il filo rosso che può fare da nuovo motore dello sviluppo è la connettività (non banalmente la connessione tecnica) fra i soggetti coinvolti in questi processi. È vero che restiamo una società caratterizzata da individualismo, egoismo particolaristico, resistenza a mettere insieme esistenze e obiettivi, gusto per la contrapposizione emotiva, scarsa immedesimazione nell'interesse collettivo e nelle istituzioni. Eppure la crisi antropologica prodotta da queste propensioni sembra aver raggiunto il suo apice ed è destinata a un progressivo superamento. Oggi le istituzioni non possono fare connettività, perché sono autoreferenziali, avvitate su se stesse, condizionate dagli interessi delle categorie, avulse dalle dinamiche che dovrebbero regolare, pericolosamente politicizzate, con il conseguente declino della terzietà necessaria per gestire la dimensione intermedia fra potere e popolo. E la connettività non può lievitare nemmeno nella dimensione politica, che è più propensa all'enfasi della mobilitazione che al paziente lavoro di discernimento e mediazione necessario per fare connettività, scivolando di conseguenza verso l'antagonismo, la personalizzazione del potere, la vocazione maggioritaria, la strumentalizzazione delle istituzioni, la prigionia decisionale in logiche semplificate e rigide (dalla selva dei decreti legge all'uso continuato dei voti di fiducia). Se istituzioni e politica non sembrano in grado di valorizzarla, la spinta alla connettività sarà in orizzontale, nei vari sottosistemi della vita collettiva. A riprova del fatto che questa società, se lasciata al suo respiro più spontaneo, produce frutti più positivi di quanto si pensi. Sarebbe cosa buona e giusta fargli «tirar fuori il fiato». (Comunicato stampa del Censis)

sabato 30 novembre 2013

Ottavia, 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne

“L’uomo che vuole imporre la sua diversità con la violenza fa pensare che nascere donna sia quasi un invito al delitto. L’Uomo non riesce ad abdicare al proprio trono selvaggio e ci sono donne, così stupide come me, che provano intolleranza mista ad amore verso ‘i portieri di notte’. 
Io non lotto per le anime delle donne, per la loro rivendicazione civile e sessuale. (…) Checché se ne dica la donna un poco ama la violenza che sta come l’ombra alla luce, la notte al giorno” (Alda Merini)
La torre dell'acqua di Ottavia, così come il Colosseo di Roma, grazie ad accordi tra Comune, Municipio XIV e Acea spa,  si accende la sera del 25 novembre in sintonia con il resto della città e del mondo per ricordare la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
La data dell’evento è tutt’altro che casuale: il 25 novembre 1960 le sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, vennero assassinate per la loro decisa opposizione alla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo.
La giornata, istituita dall’Onu nel 1999, ha avuto negli anni una grandissima risonanza, frutto purtroppo dell’urgenza sociale che il fenomeno della violenza sulle donne ha assunto oggigiorno nelle società.

Un fenomeno che investe pienamente anche il nostro paese dalla Sicilia al Trentino, come emerge chiaramente dalle cronache quotidiane di giornali e Tv.
Alla Casa Internazionale delle Donne, a Roma, la giornata è stata dedicata a una serie di iniziative volte a denunciare concretamente il femminicidio. L’evento ha raccontato 8 delle 14 “Storie di donne morte ammazzate – barbarie italiana” di Betta Cianchini, a cura di Alessandro Machia. Come spiegato da Federica Quaglieri, protagonista di una delle 8 storie, “il nostro non è uno spettacolo femminista né di donne che si piangono addosso. Il taglio stesso delle nostre storie è cinico e grottesco, come si intuisce dalla nostra locandina, che recita: Allegra barbarie.”
Lo slogan dello spettacolo è chiaro e significativo: “fateci smettere di fare questo spettacolo.”

Il teatro Valle Occupato aveva organizzato uno spettacolo dal titolo NOTTE ROSSA contro il femminicidio ripreso in parte su youtube .
Con l'introduzione di nuove norme di tutela qualcosa è stato fatto in Parlamento in quest'ultimo anno per
combattere il fenomeno dello stalking e delle violenze domestiche ma forse non è ancora abbastanza.
E' stato creato un numero verde dedicato che è il 1522, dove, con la garanzia dell'anonimato, si può chiedere aiuto a personale esperto capace di fornire informazioni, suggerimenti e recapiti utili.
Lo sportello di ascolto aperto 24 ore su 24 è in rete con alcune associazioni di tutela che dispongono sia di servizi residenziali di emergenza come le comunità di accoglienza e di fuga sia di tipo legale per l'assistenza gratuita in caso di aggressioni, molestie e stalking.



lunedì 25 novembre 2013

Il nome Ottavia nella storia di Roma

Riteniamo sia interessante una ricerca più approfondita sul nome “Ottavia” nella storia di Roma, a prescindere dalla fondatezza o meno dell'attribuzione dell'Ipogeo degli Ottavi al nome del nostro quartiere.
In apertura del nostro calendario abbiamo già inserito una considerazione di diversa natura, ipotizzando la derivazione del nome dalla seconda moglie del Conte Manzolini, la contessa polacca Ottavia,  la quale si 
distinse per la sua forza e generosità attorno agli anni '30.
Ma questa derivazione diversa è certamente solo un'ipotesi che avanziamo da semplici cittadini e non da esperti archeologi o da storici.
Vorremmo anche menzionare un altro personaggio ben più antico nella storia di Roma: si chiamava infatti Ottavia la prima moglie di Nerone (40- 62 d.c.), morta a 22 anni.
 In fondo, non è lontano l'altro Ipogeo "Tomba di Nerone", che da il nome all'omonimo quartiere.  La zona prende il nome da un monumento sepolcrale, edificato lungo l'antica via consolare Cassia nella seconda metà del III secolo, erroneamente ritenuto la tomba di Nerone a causa di una credenza popolare sorta nel
medioevo. Questo monumento, infatti, è il sarcofago di Publio Vibio Mariano.
Non possiamo certo affermare che ad ispirare il nome di Ottavia al nostro quartiere sia stato il nome della prima moglie dell’imperatore Nerone. Riteniamo comunque utile condividere una riflessione con i nostri lettori.
Ottavia ebbe un destino tragicamente triste, nonostante le sue origini aristocratiche e pur amata dal popolo nel suo ruolo di imperatrice in quanto nobile e virtuosa.
Ella era figlia di Claudio e Messalina, la donna più esecrata della storia romana per i suoi comportamenti libertini. 
Dopo l'uccisione della madre, Claudio sposò Agrippina, il cui figlio Lucio Domizio Nerone appariva simpatico a Ottavia, giocava volentieri con lui e ne apprezzava la bizzarra fantasia. Rimase però sorpresa e la sua vita ebbe una svolta, quando le fu annunciato il fidanzamento con Nerone, in quanto imbarazzata dall'idea dell'unione con il fratellastro.
Ottavia si adattò a quel matrimonio, per nulla felice in quanto non ebbe mai le attenzioni del marito. La sua situazione andò peggiorando quando il padre Claudio morì, era l'unica presenza importante dal quale si sentisse protetta.
Nerone assunse il potere regale di cui anche Ottavia godette come imperatrice, ma ben presto si sentì di nuovo sola. Era timida, inesperta, poco affascinante.  Soffrì per l'innamoramento di Nerone per la liberta Claudia Atte, poi per l'uccisione del fratello Britannico (forse proprio per ordine di Nerone) ed infine fu ripudiata a causa di Poppea, che Nerone sposò.
Ottavia fu allora mandata in esilio a Ventotene, dove morì pochi giorni dopo, uccisa dai soldati di Nerone in modo crudele, dissanguata in una vasca di acqua calda.
Lo storico Tacito ci porge una drammatica e toccante descrizione dell'uscita di Ottavia da Roma. Nessuna altra donna che si avviasse all'esilio suscitò tanta pena. Tacito nei suoi "Annali" scrive di Ottavia che era stata scacciata da Nerone: "Il popolo salì al Campidoglio a venerare gli dei; rovesciò le statue di Poppea, sollevò a spalle quelle di Ottavia, e copertele di fiori le collocò nel Foro e nei templi ..", Ma la rivolta durò poche ore. Nerone mandò i soldati a disperdere i ribelli e le statue di Poppea ritornarono al loro posto (Wikipedia). 
La storia di Ottavia è molto triste ed ingiusta, in quanto era una ragazza nobile e virtuosa, vittima della crudeltà e del potere di Nerone. Non sarebbe del tutto insensato formulare l'ipotesi di un doveroso tributo alla sua innocenza nell'attribuzione del suo nome al nostro quartiere.

Proseguendo la nostra ricerca ci viene in mente che esiste anche un monumento importante di Roma che porta il nome "Ottavia" riferito ad un altro personaggio dell'antica Roma. Si tratta del "Portico di Ottavia", complesso prospiciente sul Circo Flaminio (area che corrisponde all'antico ghetto), fu costruito da Ottaviano Augusto tra il 27 ed il 23 a.C. e dedicato a nome della sorella Ottavia, che è stata la seconda moglie di Marco Antonio. Anche Ottavia era al secondo matrimonio perchè prima del 54 a.C., aveva sposato Gaio Claudio Marcello minore, console nel 50 a.C, appartenente alla gens patrizia dei Claudii, discendente da quel Marco Claudio Marcello che aveva combattuto nella Seconda guerra punica.
Alla fine del 41 a.C. Marcello morì, lasciando Ottavia incinta; quasi contemporaneamente, all'inizio del 40 a.C., anche Marco Antonio divenne vedovo, perdendo Fulvia, che gli aveva dato due figli. Poiché Antonio e Ottaviano si erano recentemente riappacificati dopo essersi combattuti, decisero di saldare il proprio legame con un matrimonio: fu così che per motivi politici, Ottavia sposò Marco Antonio, non prima che il Senato romano legiferasse per permetterle di sposarsi incinta.
Ottavia era reputata avere tutto il fascino, le virtù e le capacità necessarie per guadagnarsi l'affetto delle persone, garantendole influenza sul marito e sul fratello. La sua bellezza era reputata essere maggiore di quella di Cleopatra.
Ottaviano era molto legato alla sorella, tanto che le dedicò quell'importante costruzione di Roma, il Portico di Ottavia, in cui spesso si riuniva il Senato. (Fonte Wikipedia)

( Giovanna D’Annibale, Presidente dell’Ass.ne culturale Lucchina e Ottavia)

sabato 23 novembre 2013

Ottavia, un quartiere tranquillo: tre delitti in sessanta anni


Nelle periferie di Roma nord ovest in questi ultimi anni abbiamo assistito ad eventi delittuosi. Rapine e fatti di sangue a Casalotti, gambizzazioni  di un consigliere sulla Cassia e un omicidio nel 2008 a via Gradoli. Altri eventi di cronaca nera registrati a Primavalle nel 2011 e 2012, a Montemario nel 2006 con il delitto di Largo Cervinia e quest’anno (21 novembre 2013) con il ritrovamento di un uomo carbonizzato  nell’area verde vicino la panoramica.
Ottavia, finora, è sembrato un quartiere pacifico e tranquillo, fatta eccezione di 3 o 4 incendi dolosi in locali commerciali negli ultimi 5 anni. Ma non ci sono stati crimini di sangue. Per poterli contare sulle dita di una mano bisogna andare indietro nel tempo di circa sessanta anni.
Cominciamo da quello più remoto avvenuto dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Racconta "Maurizio", un nostro testimone privilegiato, che intorno agli anni 50 era scoppiata una lite presso un'osteria denominata Gazzella, che si trovava sulla via Trionfale all'altezza della vecchia stazione, dove adesso c'è una pizzeria gestita da egiziani e una frutteria (vedi foto).
Era il periodo in cui a Ottavia e alla Lucchina dominavano il principe Colonna con la sua tenuta, il Conte Sansoni e il Conte Manzolini. Quest'ultimo aveva una proprietà che si estendeva dalla Castelluccia fino a Ottavia, dove ora c'è il campo di calcio, e zone limitrofe.
La vittima di quel delitto lavorava per i Manzolini e abitava alla Castelluccia con la moglie e un figlio ancora neonato. I due balordi assassini, con i quali c'era stato un alterco giocando a carte, organizzarono di notte la rappresaglia andando a casa: dopo aver ucciso entrambi,  misero il neonato che piangeva attaccato al capezzolo della madre morta.
Questo particolare agghiacciante scosse tutta la popolazione locale, gli assassini, una volta catturati, subirono un lungo processo seguito dai media di allora.
Andando un po avanti nel tempo, intorno alla metà degli anni 60, il nostro quartiere fu al centro delle cronache nazionali. Troupe televisive, cronisti di tutti i quotidiani e testate radiofoniche si precipitarono in massa su via della Lucchina accalcandosi al cancello di un condominio corrispondente al civico n. 6.  I cronisti volevano spiegare all'opinione pubblica italiana le ragioni di un delitto apparentemente assurdo.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso nel rapporto già compromesso tra due vicini di casa è stato il quotidiano canto di un gallo che caratterizzava l'alba di tutte le mattine.
Un uomo profondamente disturbato da quel canto ha deciso di imbracciare un fucile e di uccidere senza pietà il padrone del volatile dopo aver atteso il suo ritorno davanti al condominio.
Il delitto di sangue più recente risale intorno al 1985. E’ avvenuto in un appartamento di via Pier Luigi Galletti, traversa di via Panizzi, dove un uomo è morto ucciso da un colpo di pistola.
Si trattava di una persona che non aveva fatto nulla, si trovava in quell’appartamento per puro caso, perchè aveva accompagnato un amico di Montemario a risolvere una contesa tra un proprietario venditore  e un acquirente possessore dell'appartamento che non saldava il debito per l'acquisto.
In un momento di agitazione del gruppo, dalla pistola del “paciere” di Montemario” venuto a risolvere la lite, è partito un colpo accidentale che ha colpito a morte l’amico che l’accompagnava estraneo alla lite. Il " paciere pistolero” fu arrestato e condannato ad un paio d'anni di carcere.



Associazione culturale Lucchina e Ottavia

venerdì 15 novembre 2013

Via Francigena: di qui passavano re, imperatori e pellegrini diretti a Roma

(di Ennio De Risio)


Per Via Francigena si intende la grande via di collegamento che solcava l’Europa nel Medioevo e che fu percorsa da migliaia di pellegrini in viaggio per raggiungere le tombe e il luogo del martirio dei Santi Pietro e Paolo.
In realtà  si trattava di un fascio di cammini intercambiabili, costituito da tratti di antiche strade romane rimaste in uso e da nuovi tracciati che venivano percorsi a seconda della situazione politica e meteorologica, per evitare di volta in volta guerre locali o pestilenze.
La Via Francigena è stata riconosciuta nel 1994 come Itinerario Culturale Europeo dal Consiglio d’Europa ed essa ricalca il percorso di viaggio di Sigeric, arcivescovo di Caterbury, che venne a Roma nel 990 per ricevere l’investitura di arcivescovo dal pontefice Giovanni XV e sulla via del ritorno in patria redasse un diario del viaggio, durato tre mesi circa, con le 80 tappe di sosta.
Nel medioevo i pericoli erano notevoli, dall’attraversamento dei valichi di montagna a possibili incontri con malfattori, tanto che molti facevano testamento prima di partire. Il pellegrino era munito solo di mantello, cappello a larghe falde, bisaccia, borraccia e un alto bastone, e chiedeva alloggio presso monasteri, santuari, ospizi e osterie.
La VF ha rappresentato al tempo stesso una strada di conquista, di mercato e di conoscenza, attraverso la quale sono passate quindi non solo eserciti, commercianti, e viandanti, ma anche idee, costumi, arte e intensi scambi culturali con i paesi europei.
Nel tratto fra Toscana e Lazio gli spostamenti seguivano la via consolare Cassia dalla quale,  oltrepassata la stazione di posta de La Storta, ieri come oggi si distacca la via Trionfale, strada che ha origini anteriori alle vie consolari romane, essendo di epoca etrusca.
Il tracciato della via Triunphalis, rispetto alla prosecuzione della Cassia, che conduce a Ponte Molle (cioè ponte Milvio), aveva il vantaggio di presentarsi come un percorso di crinale, più facilmente percorribile nelle stagioni piovose e che non comportava l’attraversamento del Tevere, soggetto a piene ed esondazioni.
La strada proseguiva per un tratto parallela al tracciato dell’Acquedotto Traiano-Paolo, per puntare poi decisamente verso le mura vaticane e Porta Angelica.
Il nostro territorio ha quindi il privilegio di essere attraversato dalla tappa terminale della Via Francigena, quella dell’ingresso in città, ed ha il valore aggiunto di offrire, dalle alture di Monte Mario, la visione della cupola di San Pietro, agognata meta dei pellegrini, che qui si inginocchiavano e intonavano l’antichissimo canto “O Roma Nobilis”. Per questo Monte Mario era anche detto Mons Gaudii (monte della gioia).
Questa prerogativa anche paesaggistica ha ispirato molti artisti che nel corso dei secoli hanno immortalato la visione orizzontale della città e talvolta anche gli stessi pellegrini in preghiera.
Per valorizzare queste peculiarità, ancora non sufficientemente apprezzate, l’Associazione Amici di Monte Mario da diversi anni organizza una passeggiata guidata da piazza Monte Gaudio fino alla chiesa romanica di S. Lazzaro dei Lebbrosi, con sosta nei luoghi storicamente rilevanti, in particolare ai Casali Mellini, situati al bivio per salire al belvedere “Zodiaco”.
All’interno dei Casali Mellini sono presenti resti della sagrestia della chiesetta della Santa Croce o Cappella del SS. Crocifisso, fatta costruire nel 1350 dal vescovo di Orvieto Ponzio Perotti  nel luogo in cui, secondo una pia tradizione, a Costantino sarebbe apparso il miracoloso segno, alla vigilia della battaglia combattuta nei pressi di ponte Milvio l’anno 312.
La ricchezza di testimonianze tuttora presenti lungo la Via Francigena ne fanno un percorso molto suggestivo, che merita di essere apprezzato con il passo lento e attento del viandante, sia da chi vive in questi luoghi che da chi viene da lontano.    
Sempre più spesso capita di veder camminare, ai lati della via Trionfale, “pellegrini del XXI secolo” che, da soli o a piccoli gruppi, procedono verso il centro della città.

Per prepararsi ad accoglierne il prevedibile flusso crescente è necessario attrezzarsi con una programmazione di interventi adeguati sotto vari punti di vista: strutturali, dei servizi di accoglienza e ospitalità e turistico-culturali.

mercoledì 30 ottobre 2013

La prima scuola di Ottavia e la maestra Imperia Matteini

In un quartiere che oggi vanta una popolazione di circa 40mila abitanti, di cui…..in età scolare e distribuiti in ben 4 scuole elementari, è difficile credere che la prima scuola di Ottavia, tra gli anni ’50 e ’60 era situata in un villino privato, in via della Lucchina, di fronte alla traversa "via Capodimonte". Le classi erano appena un paio e l’unica maestra, signora Imperia Matteini, era considerata una vera istituzione.
Aveva l’autorità che solo le maestre di una volta potevano vantare, ed i sessanta/settantenni di oggi, che allora frequentavano la scuola ed erano gli alunni di quei tempi, ben ricordano il tragico momento della punizione … Le fatidiche “bacchettate” le descrive "Giovanni" che ne ricorda due: una stretta e l’altra più larga, e le manine che ne ricevevano, a seconda della gravità del “misfatto” la battitura sia sul dorso che sul palmo, solitamente da posizione inginocchiata.
Le manine diventavano rosse e un po’ dolenti…però la cosa non turbava più di tanto ed era solito sentirsi dire dai genitori, qualora informati della punizione scolastica, “ attento, che se capita di nuovo, il resto te lo diamo noi!”… Altri tempi..
Ma la maestra era brava e rispettata, soprattutto amava il suo lavoro vivendolo come una vera missione.; tanto che, anche dopo il pensionamento, ha continuato a prendersi cura dei piccoli del quartiere prestando la sua collaborazione presso la parrocchia di S. Ottavio come catechista ed anche istruendo alla lingua italiana, le ragazze novizie delle Ancelle dell’Incarnazione provenienti dall’America Latina.
Tutti coloro che hanno conosciuto la Maestra Matteini ne hanno conservato un ottimo ricordo, dispiacendosi per la sua recente dipartita.
La cerimonia di commemorazione è avvenuta presso la cappella di Villa Betania a via Lucchina 7, il giorno 30 giugno 2013.

martedì 29 ottobre 2013

E se il nome del quartiere Ottavia derivasse da quello di una contessa polacca??

La contessa Ottavia Rzyszczewsky, di origini polacche, è stata la seconda moglie del Conte Ettore Manzolini. proprietario della tenuta della Castelluccia dal 1930, dopo che la stessa era stata del tenore Francesco Marconi.
Il Conte Manzolini era anche proprietario della Tenuta di Campoleone e della funivia del Terminillo. 
Il numero degli addetti della Tenuta della Castelluccia è poi cresciuto notevolmente, fungendo da collettore delle molte famiglie, e delle relative storie e tradizioni, che hanno reso la Tenuta depositaria delle culture e delle esperienze di vita di molti abitanti dei quartieri situati a nord ovest della città. 
Successivamente, parte della Tenuta venne ulteriormente frazionata così da permettere a molti degli operai agricoli dell'Azienda di realizzare le proprie case. Nasce così il quartiere di Palmarola dopo che era nato quell'agglomerato di abitazioni che era stato l'embrione del futuro quartiere Ottavia. L'attuale campo di calcio di Ottavia è nato sul terreno che era stato di proprietà di un fattore del conte Manzolini.
Dagli anni Settanta la Tenuta La Castelluccia appartiene alla famiglia Di Muzio.
Ma chi era la contessa Ottavia Rzyszczewsky ? 
Di lei parla Franco Antonelli, un trattorista della Castelluccia, nella testimonianza che segue tratta dal libro del giornalista Enzo Abbati ("Ponte Milvio dogana di Roma"):

"C'era la guerra... la "contessa" ci salvò la vita".
"Sono nato a Campoleone nel 1929. Mio padre era abruzzese mia madre veneta. Si conobbero durante la prima guerra mondiale, perchè mio padre faceva il militare a Bassano del Grappa. Papa mio, alla fine della I guerra venne a Campoleone, perchè in quei tempi era in costruzione la direttissima Roma-Napoli e c'era lavoro nelle cave di pietra di cui la zona era ricca. Mio padre, data la sua competenza, era diventato il meccanico delle cave. Poi nel 1936 passò all'Ufficio postale. Siamo 6 fratelli, 4 femmine e 2 maschi. Nel 1939 il commendatori Manzolini (che non era ancora conte) comprò la tenuta di Campoleone. Con la mia famiglia il conte intrecciò rapporti cordiali. 
Mia sorella, la seconda, è stata la prima dama di compagnia della contessa quando il conte la portò a Campoleone. Pensate, la contessa andava a lavare in fontana insieme con mia sorella. 
Mio padre morì durante un mitragliamento aereo. Stava prendendo la posta al treno. Il treno arrivò in ritardo: come entrò in stazione ci fu un'incursione e fecero 250 morti, tra cui lui.
Dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio, il 23 gennaio 1944, la guerra arrivò anche laggiù. Ci rifugiammo dentro una grotta e la contessa Manzolini ci veniva a trovare. La contessa era una persona straordinaria: ci salvò la vita. Infatti eravamo un centinaio e le provviste dopo una settimana cominciavano a scarseggiare. Fuori non si poteva uscire perchè c'erano i mitragliamenti aerei e i cannoneggiamenti dal mare. Una sera all'imbrunire vedemmo avvicinarsi una camionetta tedesca: pensammo al peggio.
Tutte le donne più anziane si fecero avanti per proteggere gli altri. Invece ci avevano portato un calderone di quella "sbobba" militare che mangiavano loro, grazie all'interessamento della contessa, la quale parlava 5 lingue, tra cui il tedesco. 
Quando ebbe l'ultimo permesso per venire da noi domandò chi voleva andar via e ci condusse alla Castelluccia. Fece con noi 18 km di strada, da Campoleone al Divino Amore a piedi e quando incontrava i tedeschi mostrava un lasciapassare e spiegava che noi eravamo gente che lavorava con lei. 
Il 24 febbraio 1944 dunque venimmo alla Castelluccia. A 16 anni già stavo sul trattore! 
Ero io che portavo i cavalli della Contessa a Piazza Di Siena ai concorsi ippici. Nel 1957 partecipai perfino ad una gara ufficiale di trattoir, organizzata dal Ministero dell'Agricoltura presso la scuola Agraria delle Capannelle. Il trattore si usava tutti i giorni ed in particolare per la trebbiatura. Intorno alla trebbiatura si facevano 2 o 3 ripari con delle frasche per proteggersi dal sole e a mezzogiorno le donne portavano la minestra che veniva preparata al Centro, dove c'era il dormitorio per i lavoratori stagionali e una grande cucina, con grandi camini. Era il conte che forniva il necessario, era una sorta di "mensa aziendale". Noi abbiamo lavorato tutti con i Manzolini.
Abitavamo a Villa Fiorita, che era la "serra", il vivaio della Castelluccia."

sabato 19 ottobre 2013

Ottavia-Montearsiccio e l'autore dei "Tre Moschettieri", una storia che pochi conoscono...

Siamo rimasti di stucco quando noi dell'associazione culturale "Lucchina e Ottavia" abbiamo letto alcune parti del libro di Enzo Abbati ("Ponte Milvio dogana di Roma"), curato dall'associazione culturale "La Giustiniana".
Il libro è ricco di immagini con ampi riferimenti allo studio sull'agro romano alla fine del 1800 del prof. Antonio Nibby.
Esaminando i vari capitoli abbiamo scoperto qualcosa di molto importante che riguarda il nostro quartiere e, in particolare, la parte più antica, denominata Monte Arsiccio.
Pensiamo che forse nessuno degli studiosi e scrittori della storia e delle origini di Ottavia abbia mai approfondito alcuni particolari importantissimi di cui scriveremo nel calendario di quartiere 2014 (salvo imprevisti), e che qui anticipiamo. 
Il celebre autore dei "Tre Moschettieri", lo scrittore francese Alexandre Dumas, durante un suo viaggio in Italia nel 1850 rimase bloccato per un lungo periodo a Roma nord per un guasto alla sua carrozza.  Fu in quel periodo che ebbe modo di visitare la località che nel secolo successivo si chiamerà "Ottavia" e, in particolare, quel borgo che già allora si chiamava "Monte Arsitio". Allo scrittore francese Alexandre Dumas i residenti di allora di Monte Arsiccio devono molto e lo potrete capire leggendo con attenzione la storia, tratta dal libro di Abbati, che di seguito raccontiamo:

Montearsiccio, piccola comunità più antica della stessa borgata Ottavia di cui oggi fa parte, si affaccia sull'Insugherata. Viene citato unitamente alle contigue località "Lucchina" e "Mazzalupetto", distanti 5 miglia da Roma. Nell'area compresa tra la Castelluccia e Tomba di Nerone.
La tenuta dell'Insugherata per secoli fu proprietà della Chiesa che la gestiva attraverso propri enti religiosi, ultimo in ordine di tempo il Monastero di San Lorenzo.
Nelle carte archiviali Vaticane, Monte Arsiccio all'inizio della Trionfale e Monte Peloso alla Giustiniana, poco lontano dall'antica Villa romana dei Volusii (oggi Casale Ghella), vengono menzionati per l'arretatezza dei loro abitanti: "cavernicoli" i primi; "capannari" i secondi, per la cronica povertà e reciproca conflittualità. 
L'origine di Monte Arsiccio si perde nel tempo: ultimo promontorio della catena "de' monti Janiculensi" come scrisse nel 1939 Pietro Romano a seguito di un'interessante ricerca storico-topografica della zona a nord di Roma intorno a Monte Mario.
Il toponimo di Monte Arsiccio (Terra bruciata) sulla Trionfale nella tenuta dell'Insugherata, deriverebbe da un incendio provocato, in età imprecisata dai contadini che affollavano la località, intenti ad esercitare la concimazione con la bruciatura delle stoppe.
Il toponimo "Monte Arsitia" o "Arsitio" viene ufficialmente menzionato nelle bolle vaticane di Papa Giovanni XIX del 1026 e Benedetto IX del 1033.
La storica conflittualità tra : "I selvaggi delle capanne" (gruppi di famiglie di contadini insediate su un'altura dell'Insugherata in vicinanza della Cassia) in località Monte Peloso, e i "cavernicoli primitivi" trae origine da un'antica scissione di alcune famiglie costrette ad abbandonare Monte Arsiccio a seguito di un grosso incendio che attecchì i circostanti alberi di sughero, sviluppatesi fin su la cima del colle, di cui l'origine del toponimo. 
Fu una profonda carestia a causare la divisione delle risorse naturali della sottostante Valle dell'Insugherata. Gli abitanti avevano sempre trovato di che vivere. 
Dopo il grande incendio, parte degli abitanti di Monte Arsiccio, per scongiurare il ripetersi di tale calamità, avevano trovato rifugio nelle grotte, tornando a vivere come "primitivi cavernicoli" in veri tuguri, umidi e fatiscenti. 
Invece, un altro gruppo di famiglie trovarono sistemazione sull'altura opposta vicino la Cassia, che chiamarono "Colle Peloso" per l'abbondanza di foraggio. Questo nucleo dissidente volle mantenere la tradizione costruendo un Villaggio di Capannacce dove in ognuna di esse vivevano ammucchiati più nuclei familiari. I due promontori rimasero divisi dalle tenuta dell'Insugherata, che sebbene fosse proprietà del Vaticano se ne contendevano clandestinamente il "possesso" per il proprio sostentamento: questa fu nei secoli la ragione del contendere tra i nuclei e tra questi e le Autorità pontificie.
Al riguardo non mancarono le diffide nei confronti di coloro che nell'ambito delle famiglie di Monte Arsiccio e Monte Peloso erano stati nominati "Vallati" (guardiani della valle) da parte dell'Ente religioso:  "..statuimo et ordiniamo che li Vallati non possino cogliere uve, fiche et noce et altro poma che stiano negli albori o che siano stratate in terra, con animo et intentione di portale a casa; o per darle, venderle o donarle. Quando i detti Vallati faccino altrimenti non seriano guardiani ma disertori".
Ammonimento anche nel caso che "a robbare i pomi siano le bestie". In tal caso i Vallati erano obbligati : "... at ammonire li pastori dilli animali che fanno li danni a denuntiare il facto al Tribunale del Governatore di Roma"..."

Alexandre Dumas, il celebre scrittore francese di romanzi di narrativa popolare, durante il suo forzato soggiorno a La Storta intorno al 1850 per un guasto alla carrozza, fu colpito da tanta povertà e dalla condizione di assoluta indigenza in cui vivevano quelle popolazioni. In una lettera inviata ad un amico di Parigi così parlò di loro e delle loro miserie: "... sono gente di estrema arretratezza e rozzezza questi abitanti del vestibolo di Roma. Gli uomini delle caverne vivono miseramente come trogloditi. La povertà dei capannari non è da meno: ho visitato questi abituri sono delle vere stamberghe; all'interno non si vede nulla, un pò perchè piene di fumo, un fumo acre e denso che attacca la gola. Fa lacrimare gli occhi e rende i travicelli interni dell'armatura delle capanne neri e lucidi come ebano."
La lunga lettera dello scrittore francese continua esternando al suo amico tutta la sua indignazione per aver visto questi sudditi di una Stato religioso vivere morendo, mentre ad alcune centinaia di metri, sempre sul promontorio di Monte Arsiccio, i ricchi occupavano una villa costruita dal celebre architetto Francesco Borromini  (di proprietà di un tale Fioravante Martinelli, sacerdote e dotto scrittore della Biblioteca Vaticana. Villa andata poi distrutta) e nella quale egli lesse sconcertato un epigramma in latino che oltre ad osannare il costruttore innalzava un inno alla villa, all'aria pura e alla bellezza del paesaggio circostante. Qui, conclude la missiva: il vento della rivoluzione del nostro paese non è ancora arrivato, spero ancora per poco! 
E' storia comunque che nel maggio del 1859, Alexandre Dumas decise di raggiungere Garibaldi in Sicilia offrendogli tutti i suoi risparmi e acquistando egli stesso delle armi a Marsiglia.
E' certo che dopo l'Unità d'Italia e la caduta del potere temporale della Chiesa, l'agro romano torno a vivere e scomparvero i "vallati" dell'Insugherata. I capi-famiglia dei "capannari" di Monte Peloso trovarono lavoro stabile nella "Scuderia Gioia" all'inizio di via della Giustiniana. I più giovani e robusti tra i miserabili "trogloditi" di di Monte Arsiccio. alla tenuta Sansoni (Ottavia, dove adesso si imbocca il GRA) e nell'allevamento dei Roncoroni a Tomba di Nerone e la "Guittoneria" (donne, anziani e bambini) da aprile a ottobre nella tenuta della Castelluccia dall'allora proprietario, il tenore Francesco Marconi. 
Come alla fine delle più classiche delle favole, tutti vissero felici e contenti!
Peccato che il celebre scrittore dei "Tre Moschettieri" morì proprio nel 1870 senza sapere l'effetto positivo ch'ebbe la sua missiva. 
Chissà se il figlio dello scrittore francese che si chiamava come il padre avrà avuto modo di conoscere il contenuto dell'epistola e se ebbe modo di tornare a Monte Arsiccio in una terra che gli fu debitrice, per aver consentito alla gente del posto di uscire dalla secolare primitiva e disumana arretratezza. 

Associazione culturale Lucchina e Ottavia

mercoledì 16 ottobre 2013

"L’oro di Roma sotto a montagne di scatole di scarpe"

Intervento di Claudio Ortale, ex consigliere del Municipio XIV (prima XIX)

"Quando venni a sapere della scoperta di un lungo tratto di strada romana a Quartaccio, risalente già al primo secolo avanti Cristo, non potei fare a meno che prendere la moto e la mia compagna per andare subito a vederla. Fu una sensazione davvero fantastica: lastre bianche come il gesso che si susseguivano in modo regolare e che avanzavano per un lungo tratto di almeno cento metri. Sui lati della stessa furono rinvenute anche delle tombe, a forma di nicchie, appartenenti a classi sociali meno abbienti. Ma il camminare in quel luogo aveva qualcosa di speciale e restai a lungo con la mia compagna a parlare di questo nuovo “Oro”, scoperto a neanche trecento metri dalle case popolari di Quartaccio. Come cittadini di zona si cercò subito di attivare dei canali con l’Amministrazione Comunale, il Municipio (allora XIX), con la Sovraintendenza, per la salvaguardia e valorizzazione del sito archeologico. Furono fatte numerose assemblea, partecipatissime, ospitate all’allora Polo Intermundia della scuola adiacente “Andersen”. E come eletto di Rifondazione Comunista feci approvare all’unanimità dal Municipio, il 5 ottobre 2006, un ordine del giorno che si muoveva nel senso indicato dalla volontà generale dei cittadini, attivatisi per la difesa della bellissima strada romana. Tante, tantissime parole e rassicurazioni: “per salvaguardare la strada romana dalle intemperie la metteremo sotto una bella teca” ; “creeremo un bel sito archeologico che collegherà la strada romana al vicinissimo vascone, sempre di epoca romana, rinvenuto anni prima dall’altra parte della strada”; “realizzeremo un bellissimo ed importante archeoparco con tanto di visite guidate da parte delle scolaresche”. Ma, alla fine, ecco la Verità: “per tutelare meglio la strada romana, messa sotto teca, la ingloberemo nel centro commerciale già previsto nel piano esecutivo delle opere da realizzare in loco”; “chiaramente la metteremo in una parte del centro commerciale dove sarà possibile ai visitatori ammirarla in tutte le sue parti ma sotto teca”. Cosa è successo poi di tutte queste “belle parole”(come un tempo si diceva alla Valle dell’Inferno)? Che le case realizzate sono tante ma la gente che le abita, visti i prezzi sempre proibitivi, sono poche ed il centro commerciale è rimasto per lunghissimi anni come un “parallelepipedo enorme” completamente vuoto caduto su Quartaccio; in pratica: una meteorite a forma rettangolare. Sono passato, sempre in moto, davanti alla “meteorite” lo scorso maggio. Sempre vuota e dalla larga vetrata di ingresso si intravedeva benissimo la teca di vetro che proteggeva la nostra bella strada. Ma la scorsa settimana una amico mi dice via sms: “Ma hai visto che fine ha fatto la famosa valorizzazione della strada romana a Quartaccio?”. Incuriosito della cosa, prendo stavolta lo scooter (la moto storica c’è ma la faccio faticare di meno) e vado direttamente in loco. Trovo la meteorite trasformata internamente in un centro commerciale di abbigliamento “low cost” e fino a qui dov’è il problema? Ma da bravo seguace del santo Tommaso, detto anche San Tommaso, decido di raggiungere la zona all’interno delle meravigliosa strada romana, protetta come sempre dalla teca di vetro, così da poterla nuovamente ammirare. Sorpresa: la lunga teca che protegge la strada e ricoperta di montagne di scatole di scarpe e di sedioli kitsch  dove provarle. Di fatto, è stata seppellita per dare spazio alla vendita di scarpe “low cost”. L’ORO DI ROMA, quello che potrebbe anche ridare benessere economico, oltre che culturale, alla nostra bistrattata città, COPERTO SOTTO MONTAGNE DI SCATOLE DI SCARPE! Non resteremo in silenzio davanti a questa ennesima vergogna, la nostra lotta continua."


venerdì 20 settembre 2013

Ottavia: Guerra in tribunale contro le antenne?

Padre Giorgio della parrocchia di Santa Maddalena di Canossa ne ha parlato nell'omelia domenicale ai suoi parrocchiani: "Hanno installato un'altra antenna gigante sopra il cinema Starplex". Un'altra ulteriore sorgente di inquinamento elettromagnetico contro la parrocchia e i suoi parrocchiani.
Il terrazzo del Gulliver sta raggiungendo il guiness dei primati in Italia come lastrico solare più inquinante e inquinato d'Italia per le numerose stazioni radio base che proliferano anno dopo anno.
Ci è stato riferito che sarebbe intervenuta anche la polizia chiamata dai proprietari di un bed and breakfast della vicina via Pintor.

Adesso la prospettiva potrebbe essere la seguente: con il supporto di Padre Giorgio e delle associazioni di quartiere si potrebbe organizzare una grande "class action" di tutti i proprietari di appartamenti intorno al Gulliver ?

Una causa civile collettiva per chiedere la disattivazione, disinstallazione e un megarisarcimento dovuto, non solo per l'incombente minaccia alla salute delle persone, ma anche per l'abbassamento del valore commerciale degli immobili e delle attività commerciali.
La situazione è scritta su una sentenza di tribunale del 2005 citata nel blog dell'ASPPI (Associazione sindacale Piccoli Proprietari Immobiliari) : l’antenna produce un impatto ambientale assimilabile a quello di un impianto per lo smaltimento dei rifiuti o di un aeroporto, determinando la svalutazione degli immobili che si trovano in prossimità degli stessi.
In particolare il Tribunale di Bologna rilevava che la lesione del diritto di proprietà è ravvisabile nel pericolo di deprezzamento dell’immobile conseguente all’incertezza scientifica e alla diffusa diffidenza soggettiva circa le conseguenze per la salute derivanti da una persistente esposizione ad emissioni elettromagnetiche come quelle derivanti dalle antenne per telefonia cellulare: tale situazione, prosegue il Giudice, incide direttamente, in termini negativi, sulle valutazioni effettuate dal mercato immobiliare, provocando una situazione di minore appetibilità di un appartamento esposto a tale pericolo rispetto ad altro che ne è esente.
Altrettanto perentorio il Tribunale di Bologna nel riconoscere, quale ulteriore profilo di violazione del diritto di proprietà connesso all’installazione di una stazione radio base, quello psicologico, nel senso di una limitata fruizione quotidiana dell’immobile: infatti vivere in un appartamento con il dubbio che ne possano derivare danni alla salute riduce notevolmente la godibilità dello stesso.

I precedenti giurisprudenziali dunque esistono.  Si potrebbe tentare.
 La voce sta girando e vedremo se ci sarà la determinazione degli abitanti della Lucchina a concretizzare una seria azione legale come forma di resistenza civica contro la violenza di gestori di telefonia, aziende e costruttori a danno dei cittadini, dell'ambiente e del paesaggio.

Domenico Ciardulli
Segretario Coordinamento Comitati Roma Nord



lunedì 16 settembre 2013

Libri universitari in regalo

Sergio, un simpatizzante della nostra associazione offre in regalo a chi ne ha veramente bisogno i seguenti testi universitari. Chi è interessato mandi una mail di presentazione al nostro indirizzo pianopartecipato@libero.it
Gireremo le richieste al generoso offerente e lasceremo a lui la facoltà di contattare la prima persona che si è fatta avanti:
Rimane inteso che il contatto email non comporta nessun vincolo di risposta o di impegno di alcun tipo :


mat. 1-2 /2° ed. GIUSTI ____
esercit. mat. 2° vol. Marcellini Sbordone____
complem. di mat. Zwirner___ 
eserc. e probab. analisi mat. Demidovic____
acta mat. Hungarica vol 55___
Meccanica relativistica Cattaneo___
lezioni di mecc. razionale 1-2- Ferrarese Stazi___
elettronica gen. Lotti___
elettr. dig.integrata Bellafonte Sargenti Tamburini___
algebra delle matrici 1-2 Orecchia Spataro___
algebra matric. equazioni lineari Spataro Tribulato___
algebra Herstein__400 eserc. 
geometria Ghinelli Mazzocco____
strutture geometriche Tallini__
geometria 1-2 Sabani Sorani____
geom. contemporanea Dubronovin Novikov Fomenko___
problemi fis.generale meccanica termodinamica Bonincontro Cametti ecc___
fisica scienze e ingegneria 1-2 Melissons Lobkowicz___
chimica gen. e inorganica Camilli Valeri____
elementi di biologia 2°ed. Zanichelli___corso di geom.II 3 vol. generale-curve e superfice-teorema di stokes Maschietti___probabilita statistica 1-2-3- Bizzarro Lanzuolo___prob. stat. dispense 1-2 G.Koch______varie dispense in inglese dell?università la Sapienza

domenica 1 settembre 2013

Gli scavi archeologici a Ottavia, i nostri dubbi...

Nel pomeriggio di venerdì 30 agosto 2013 una squadra di operai, probabilmente della soprintendenza, era al lavoro sul sito di scavi archeologici che sta sulla sinistra, un po internamente, prima di arrivare a via del Giardino di Boboli.
Gradiremmo una nota ufficiale da parte di qualsiasi autorità istituzionale, ufficio tecnico del municipio, Comune di Roma oppure Soprintendenza, che spiegasse ai cittadini quali soggetti stiano effettuando i lavori su questi siti archeologici.
Chiediamo  perchè non siano stati apposti semplici cartelli, in vicinanza degli scavi, che segnalassero la natura del lavoro e l'ente interessato,  assolvendo così agli adempimenti previsti dalla normativa in prossimità dei cantieri di lavoro.
Inoltre vorremmo sapere se sia vero quanto ci è stato riferito da alcuni cittadini e poniamo pubblicamente le seguenti due domante:
1) Le persone che lavorano presso questi siti archeologici sono provvisti di cartellino di riconoscimento ?

2) Come mai ai cittadini che si avvicinano ai lavori in corso, per chiedere notizie su quanto è stato trovato di interessante dal punto di vista archeologico, non vengono date spiegazioni e non viene loro concesso di conoscere i particolari dei ritrovamenti?

sabato 31 agosto 2013

La sicurezza urbana e il capitale sociale

 A cura di  Ugo Carlone (articolo tratto dal sito www.sbilanciamoci.info ) (foto da google www.loschermo.it)

Lo strutturarsi del senso di comunità è fondamentale per avere una bassa percezione dell'insicurezza e costituisce un grande fattore di protezione dalla paura

Foto relativa alla periferia di Lucca (www.loschermo.it)
Chi scrive ha condotto una ricerca a Perugia sul legame tra capitale sociale e insicurezza urbana attraverso una full immersion in due specifici quartieri, fatta di osservazione e interviste a residenti, commercianti e testimoni privilegiati (1). Ne traiamo spunto per alcune considerazioni.
Chiariamo innanzitutto di cosa parliamo. Il capitale sociale, in una sua accezione collettiva, è costituito da un insieme di risorse che traggono origine dalle relazioni e dall'inserimento in reti e connessioni durevoli tra soggetti e facilitano l'azione degli individui, favorendo la diffusione di cooperazione, fiducia, reciprocità e senso civico: reti di vicinato, luoghi di aggregazione e incontro, presenza di associazioni, vita sociale diffusa, etc. L’insicurezza urbana invece ha a che fare con la paura di essere vittima di minacce, aggressioni o violenze, con la rottura dei codici tradizionali di condotta civica (le cosiddette inciviltà o soft crimes), con la mancata cura del territorio e poi con il timore inteso come sentimento soggettivo, non necessariamente legato ad un rischio reale, ma derivante anche da episodi remoti rispetto al luogo di residenza e veicolati spesso dai mass media.
«Quando ci si conosceva tutti, quando eravamo tutti l'uno con l'altro, quando il vicino te poteva tene' un figlio, certo, la criminalità si sentiva molto molto meno!». Questo brano di intervista, che abbiamo raccolto da un residente del centro storico di Perugia, ci fa capire da subito che tra i fattori che favoriscono il timore per la propria incolumità c’è proprio la riduzione delle reti, delle relazioni interpersonali, dei legami comunitari, che abbassa le difese nei confronti dell'ambiente circostante percepito come pericoloso e rende i cittadini più soli e disorientati. Come diceva Young, «i mattoni e il cemento della società civile sono il principale baluardo contro il crimine». La presenza di legami sociali agisce sull’insicurezza: le reti fungono da sostegno sociale tra gli individui che vivono in un determinato contesto urbano e favoriscono il “sentirsi parte” di un quartiere. Lo strutturarsi e il consolidarsi del senso di comunità è fondamentale per avere una bassa percezione dell'insicurezza e costituisce un grande fattore di protezione dalla paura, in quanto espressione di un clima sociale positivo e di controllo sullo spazio da parte degli abitanti.
I residenti e i commercianti ascoltati hanno fatto capire molto bene che le reti agiscono in due modi. In primo luogo, come elemento di aiuto effettivo: costituiscono un sostegno specifico in situazioni di eventuale pericolo e un fattore di rassicurazione generale. In contesti isolati, paure e timori sono maggiormente percepiti, mentre spazi frequentati e in cui i rapporti sociali sono consistenti inducono ad una maggiore tranquillità. In secondo luogo, come elemento di prevenzione: se ci si conosce, le relazioni sono consistenti, sono presenti negozi e attività di vario tipo che animano le vie, esistono luoghi di incontro e di aggregazione, l'uso improprio dello spazio pubblico è fortemente scoraggiato.
Le parole degli intervistati spiegano efficacemente quanto detto: «delle relazioni non superficiali, non formali, creano in qualche modo un maggior senso di sicurezza perché uno non si sente solo o perché ha il vicino che vigila, che può chiamare. È chiaro che si ha una sensazione di protezione. Se queste reti sono minimali o non ci sono, aumenta la solitudine e quindi anche la vulnerabilità, e la paura». E ancora: «Se so che passando in una via c'è l'omino che sta fuori e che mette a posto il suo garage, la donnina che si sporge dalla finestra e stende i panni, se so che ci sono degli occhi che guardano la zona dove io passo, c'è controllo sociale. Sono cose elementari di vita quotidiana di un quartiere».
Chi abita una zona funge da presidio ed è il primo a controllare. Nei contesti in cui le relazioni sono meno strette, dove il vicinato sostanzialmente non esiste e i luoghi collettivi non sono sentiti come effettivamente pubblici, il presidio viene meno e si dà più possibilità ad un uso improprio dello spazio. Jane Jacobs, in una nota ricerca, parlava della formazione di una «sensibilità per il carattere “pubblico” degli individui», di un tessuto connettivo di rispetto e di fiducia come risultato di contatti occasionali, nati fortuitamente, «durante i giri da compiere», regolati dagli stessi interessati al di fuori di ogni costrizione esterna: «la mancanza di questa fiducia in una strada urbana è un disastro».
E allora? Come ripristinare e, a volte, creare ex novo quelle reti sociali così preziose per la vita dei quartieri? È ancora possibile rivitalizzare aree degradate e spopolate, dove la percezione di insicurezza rischia di schizzare a livelli insopportabili per chi è più vulnerabile?
Sul piano locale si può fare molto. Occorrono politiche urbanistiche in grado di favorire la rinascita e la valorizzazione dei quartieri e delle loro identità, di cui è così ricco il nostro paese: restituire priorità allo strutturarsi di legami sociali – gli strumenti ci sono – invece che alla costruzione di centri commerciali o cinema multisala iper-periferici, spersonalizzati e senza anima. In questo processo, è di cruciale importanza dare voce e spazio ai cittadini, che possono organizzarsi in associazioni e comitati in grado di rivitalizzare le zone più colpite. Una sicurezza realmente partecipata, in cui i diretti interessati (gli abitanti di un quartiere) sono coinvolti nei percorsi di costruzione di comunità percepite come meno pericolose. Certo, occorrono anche interventi di contrasto alla criminalità e di controllo; ma la polizia non basta, come diceva, ancora, Jane Jacobs, secondo la quale l’ordine pubblico nelle strade e sui marciapiedi è mantenuto «da una complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei e di norme accettate e fatte osservare dagli abitanti stessi [...]. Non c'è polizia che basti a garantire la civile convivenza una volta che siano venuti meno i fattori che la garantiscono in modo normale e spontaneo».
Più legami, più reti, più vicinato, più capitale sociale, più vita. Una ricetta antica ma efficace contro le paure urbane contemporanee.

(1) Carlone U., «Se fosse più vissuto, sarebbe più sicuro». Capitale sociale e insicurezza urbana a Perugia, Morlacchi University Press, Perugia, 2013.