Per contatti: pianopartecipato@libero.it - fax 0623316920 posta: via Stazione di Ottavia 73B Roma. Leggi qui: Lo Statuto


mercoledì 30 ottobre 2013

La prima scuola di Ottavia e la maestra Imperia Matteini

In un quartiere che oggi vanta una popolazione di circa 40mila abitanti, di cui…..in età scolare e distribuiti in ben 4 scuole elementari, è difficile credere che la prima scuola di Ottavia, tra gli anni ’50 e ’60 era situata in un villino privato, in via della Lucchina, di fronte alla traversa "via Capodimonte". Le classi erano appena un paio e l’unica maestra, signora Imperia Matteini, era considerata una vera istituzione.
Aveva l’autorità che solo le maestre di una volta potevano vantare, ed i sessanta/settantenni di oggi, che allora frequentavano la scuola ed erano gli alunni di quei tempi, ben ricordano il tragico momento della punizione … Le fatidiche “bacchettate” le descrive "Giovanni" che ne ricorda due: una stretta e l’altra più larga, e le manine che ne ricevevano, a seconda della gravità del “misfatto” la battitura sia sul dorso che sul palmo, solitamente da posizione inginocchiata.
Le manine diventavano rosse e un po’ dolenti…però la cosa non turbava più di tanto ed era solito sentirsi dire dai genitori, qualora informati della punizione scolastica, “ attento, che se capita di nuovo, il resto te lo diamo noi!”… Altri tempi..
Ma la maestra era brava e rispettata, soprattutto amava il suo lavoro vivendolo come una vera missione.; tanto che, anche dopo il pensionamento, ha continuato a prendersi cura dei piccoli del quartiere prestando la sua collaborazione presso la parrocchia di S. Ottavio come catechista ed anche istruendo alla lingua italiana, le ragazze novizie delle Ancelle dell’Incarnazione provenienti dall’America Latina.
Tutti coloro che hanno conosciuto la Maestra Matteini ne hanno conservato un ottimo ricordo, dispiacendosi per la sua recente dipartita.
La cerimonia di commemorazione è avvenuta presso la cappella di Villa Betania a via Lucchina 7, il giorno 30 giugno 2013.

martedì 29 ottobre 2013

E se il nome del quartiere Ottavia derivasse da quello di una contessa polacca??

La contessa Ottavia Rzyszczewsky, di origini polacche, è stata la seconda moglie del Conte Ettore Manzolini. proprietario della tenuta della Castelluccia dal 1930, dopo che la stessa era stata del tenore Francesco Marconi.
Il Conte Manzolini era anche proprietario della Tenuta di Campoleone e della funivia del Terminillo. 
Il numero degli addetti della Tenuta della Castelluccia è poi cresciuto notevolmente, fungendo da collettore delle molte famiglie, e delle relative storie e tradizioni, che hanno reso la Tenuta depositaria delle culture e delle esperienze di vita di molti abitanti dei quartieri situati a nord ovest della città. 
Successivamente, parte della Tenuta venne ulteriormente frazionata così da permettere a molti degli operai agricoli dell'Azienda di realizzare le proprie case. Nasce così il quartiere di Palmarola dopo che era nato quell'agglomerato di abitazioni che era stato l'embrione del futuro quartiere Ottavia. L'attuale campo di calcio di Ottavia è nato sul terreno che era stato di proprietà di un fattore del conte Manzolini.
Dagli anni Settanta la Tenuta La Castelluccia appartiene alla famiglia Di Muzio.
Ma chi era la contessa Ottavia Rzyszczewsky ? 
Di lei parla Franco Antonelli, un trattorista della Castelluccia, nella testimonianza che segue tratta dal libro del giornalista Enzo Abbati ("Ponte Milvio dogana di Roma"):

"C'era la guerra... la "contessa" ci salvò la vita".
"Sono nato a Campoleone nel 1929. Mio padre era abruzzese mia madre veneta. Si conobbero durante la prima guerra mondiale, perchè mio padre faceva il militare a Bassano del Grappa. Papa mio, alla fine della I guerra venne a Campoleone, perchè in quei tempi era in costruzione la direttissima Roma-Napoli e c'era lavoro nelle cave di pietra di cui la zona era ricca. Mio padre, data la sua competenza, era diventato il meccanico delle cave. Poi nel 1936 passò all'Ufficio postale. Siamo 6 fratelli, 4 femmine e 2 maschi. Nel 1939 il commendatori Manzolini (che non era ancora conte) comprò la tenuta di Campoleone. Con la mia famiglia il conte intrecciò rapporti cordiali. 
Mia sorella, la seconda, è stata la prima dama di compagnia della contessa quando il conte la portò a Campoleone. Pensate, la contessa andava a lavare in fontana insieme con mia sorella. 
Mio padre morì durante un mitragliamento aereo. Stava prendendo la posta al treno. Il treno arrivò in ritardo: come entrò in stazione ci fu un'incursione e fecero 250 morti, tra cui lui.
Dopo lo sbarco degli alleati ad Anzio, il 23 gennaio 1944, la guerra arrivò anche laggiù. Ci rifugiammo dentro una grotta e la contessa Manzolini ci veniva a trovare. La contessa era una persona straordinaria: ci salvò la vita. Infatti eravamo un centinaio e le provviste dopo una settimana cominciavano a scarseggiare. Fuori non si poteva uscire perchè c'erano i mitragliamenti aerei e i cannoneggiamenti dal mare. Una sera all'imbrunire vedemmo avvicinarsi una camionetta tedesca: pensammo al peggio.
Tutte le donne più anziane si fecero avanti per proteggere gli altri. Invece ci avevano portato un calderone di quella "sbobba" militare che mangiavano loro, grazie all'interessamento della contessa, la quale parlava 5 lingue, tra cui il tedesco. 
Quando ebbe l'ultimo permesso per venire da noi domandò chi voleva andar via e ci condusse alla Castelluccia. Fece con noi 18 km di strada, da Campoleone al Divino Amore a piedi e quando incontrava i tedeschi mostrava un lasciapassare e spiegava che noi eravamo gente che lavorava con lei. 
Il 24 febbraio 1944 dunque venimmo alla Castelluccia. A 16 anni già stavo sul trattore! 
Ero io che portavo i cavalli della Contessa a Piazza Di Siena ai concorsi ippici. Nel 1957 partecipai perfino ad una gara ufficiale di trattoir, organizzata dal Ministero dell'Agricoltura presso la scuola Agraria delle Capannelle. Il trattore si usava tutti i giorni ed in particolare per la trebbiatura. Intorno alla trebbiatura si facevano 2 o 3 ripari con delle frasche per proteggersi dal sole e a mezzogiorno le donne portavano la minestra che veniva preparata al Centro, dove c'era il dormitorio per i lavoratori stagionali e una grande cucina, con grandi camini. Era il conte che forniva il necessario, era una sorta di "mensa aziendale". Noi abbiamo lavorato tutti con i Manzolini.
Abitavamo a Villa Fiorita, che era la "serra", il vivaio della Castelluccia."

sabato 19 ottobre 2013

Ottavia-Montearsiccio e l'autore dei "Tre Moschettieri", una storia che pochi conoscono...

Siamo rimasti di stucco quando noi dell'associazione culturale "Lucchina e Ottavia" abbiamo letto alcune parti del libro di Enzo Abbati ("Ponte Milvio dogana di Roma"), curato dall'associazione culturale "La Giustiniana".
Il libro è ricco di immagini con ampi riferimenti allo studio sull'agro romano alla fine del 1800 del prof. Antonio Nibby.
Esaminando i vari capitoli abbiamo scoperto qualcosa di molto importante che riguarda il nostro quartiere e, in particolare, la parte più antica, denominata Monte Arsiccio.
Pensiamo che forse nessuno degli studiosi e scrittori della storia e delle origini di Ottavia abbia mai approfondito alcuni particolari importantissimi di cui scriveremo nel calendario di quartiere 2014 (salvo imprevisti), e che qui anticipiamo. 
Il celebre autore dei "Tre Moschettieri", lo scrittore francese Alexandre Dumas, durante un suo viaggio in Italia nel 1850 rimase bloccato per un lungo periodo a Roma nord per un guasto alla sua carrozza.  Fu in quel periodo che ebbe modo di visitare la località che nel secolo successivo si chiamerà "Ottavia" e, in particolare, quel borgo che già allora si chiamava "Monte Arsitio". Allo scrittore francese Alexandre Dumas i residenti di allora di Monte Arsiccio devono molto e lo potrete capire leggendo con attenzione la storia, tratta dal libro di Abbati, che di seguito raccontiamo:

Montearsiccio, piccola comunità più antica della stessa borgata Ottavia di cui oggi fa parte, si affaccia sull'Insugherata. Viene citato unitamente alle contigue località "Lucchina" e "Mazzalupetto", distanti 5 miglia da Roma. Nell'area compresa tra la Castelluccia e Tomba di Nerone.
La tenuta dell'Insugherata per secoli fu proprietà della Chiesa che la gestiva attraverso propri enti religiosi, ultimo in ordine di tempo il Monastero di San Lorenzo.
Nelle carte archiviali Vaticane, Monte Arsiccio all'inizio della Trionfale e Monte Peloso alla Giustiniana, poco lontano dall'antica Villa romana dei Volusii (oggi Casale Ghella), vengono menzionati per l'arretatezza dei loro abitanti: "cavernicoli" i primi; "capannari" i secondi, per la cronica povertà e reciproca conflittualità. 
L'origine di Monte Arsiccio si perde nel tempo: ultimo promontorio della catena "de' monti Janiculensi" come scrisse nel 1939 Pietro Romano a seguito di un'interessante ricerca storico-topografica della zona a nord di Roma intorno a Monte Mario.
Il toponimo di Monte Arsiccio (Terra bruciata) sulla Trionfale nella tenuta dell'Insugherata, deriverebbe da un incendio provocato, in età imprecisata dai contadini che affollavano la località, intenti ad esercitare la concimazione con la bruciatura delle stoppe.
Il toponimo "Monte Arsitia" o "Arsitio" viene ufficialmente menzionato nelle bolle vaticane di Papa Giovanni XIX del 1026 e Benedetto IX del 1033.
La storica conflittualità tra : "I selvaggi delle capanne" (gruppi di famiglie di contadini insediate su un'altura dell'Insugherata in vicinanza della Cassia) in località Monte Peloso, e i "cavernicoli primitivi" trae origine da un'antica scissione di alcune famiglie costrette ad abbandonare Monte Arsiccio a seguito di un grosso incendio che attecchì i circostanti alberi di sughero, sviluppatesi fin su la cima del colle, di cui l'origine del toponimo. 
Fu una profonda carestia a causare la divisione delle risorse naturali della sottostante Valle dell'Insugherata. Gli abitanti avevano sempre trovato di che vivere. 
Dopo il grande incendio, parte degli abitanti di Monte Arsiccio, per scongiurare il ripetersi di tale calamità, avevano trovato rifugio nelle grotte, tornando a vivere come "primitivi cavernicoli" in veri tuguri, umidi e fatiscenti. 
Invece, un altro gruppo di famiglie trovarono sistemazione sull'altura opposta vicino la Cassia, che chiamarono "Colle Peloso" per l'abbondanza di foraggio. Questo nucleo dissidente volle mantenere la tradizione costruendo un Villaggio di Capannacce dove in ognuna di esse vivevano ammucchiati più nuclei familiari. I due promontori rimasero divisi dalle tenuta dell'Insugherata, che sebbene fosse proprietà del Vaticano se ne contendevano clandestinamente il "possesso" per il proprio sostentamento: questa fu nei secoli la ragione del contendere tra i nuclei e tra questi e le Autorità pontificie.
Al riguardo non mancarono le diffide nei confronti di coloro che nell'ambito delle famiglie di Monte Arsiccio e Monte Peloso erano stati nominati "Vallati" (guardiani della valle) da parte dell'Ente religioso:  "..statuimo et ordiniamo che li Vallati non possino cogliere uve, fiche et noce et altro poma che stiano negli albori o che siano stratate in terra, con animo et intentione di portale a casa; o per darle, venderle o donarle. Quando i detti Vallati faccino altrimenti non seriano guardiani ma disertori".
Ammonimento anche nel caso che "a robbare i pomi siano le bestie". In tal caso i Vallati erano obbligati : "... at ammonire li pastori dilli animali che fanno li danni a denuntiare il facto al Tribunale del Governatore di Roma"..."

Alexandre Dumas, il celebre scrittore francese di romanzi di narrativa popolare, durante il suo forzato soggiorno a La Storta intorno al 1850 per un guasto alla carrozza, fu colpito da tanta povertà e dalla condizione di assoluta indigenza in cui vivevano quelle popolazioni. In una lettera inviata ad un amico di Parigi così parlò di loro e delle loro miserie: "... sono gente di estrema arretratezza e rozzezza questi abitanti del vestibolo di Roma. Gli uomini delle caverne vivono miseramente come trogloditi. La povertà dei capannari non è da meno: ho visitato questi abituri sono delle vere stamberghe; all'interno non si vede nulla, un pò perchè piene di fumo, un fumo acre e denso che attacca la gola. Fa lacrimare gli occhi e rende i travicelli interni dell'armatura delle capanne neri e lucidi come ebano."
La lunga lettera dello scrittore francese continua esternando al suo amico tutta la sua indignazione per aver visto questi sudditi di una Stato religioso vivere morendo, mentre ad alcune centinaia di metri, sempre sul promontorio di Monte Arsiccio, i ricchi occupavano una villa costruita dal celebre architetto Francesco Borromini  (di proprietà di un tale Fioravante Martinelli, sacerdote e dotto scrittore della Biblioteca Vaticana. Villa andata poi distrutta) e nella quale egli lesse sconcertato un epigramma in latino che oltre ad osannare il costruttore innalzava un inno alla villa, all'aria pura e alla bellezza del paesaggio circostante. Qui, conclude la missiva: il vento della rivoluzione del nostro paese non è ancora arrivato, spero ancora per poco! 
E' storia comunque che nel maggio del 1859, Alexandre Dumas decise di raggiungere Garibaldi in Sicilia offrendogli tutti i suoi risparmi e acquistando egli stesso delle armi a Marsiglia.
E' certo che dopo l'Unità d'Italia e la caduta del potere temporale della Chiesa, l'agro romano torno a vivere e scomparvero i "vallati" dell'Insugherata. I capi-famiglia dei "capannari" di Monte Peloso trovarono lavoro stabile nella "Scuderia Gioia" all'inizio di via della Giustiniana. I più giovani e robusti tra i miserabili "trogloditi" di di Monte Arsiccio. alla tenuta Sansoni (Ottavia, dove adesso si imbocca il GRA) e nell'allevamento dei Roncoroni a Tomba di Nerone e la "Guittoneria" (donne, anziani e bambini) da aprile a ottobre nella tenuta della Castelluccia dall'allora proprietario, il tenore Francesco Marconi. 
Come alla fine delle più classiche delle favole, tutti vissero felici e contenti!
Peccato che il celebre scrittore dei "Tre Moschettieri" morì proprio nel 1870 senza sapere l'effetto positivo ch'ebbe la sua missiva. 
Chissà se il figlio dello scrittore francese che si chiamava come il padre avrà avuto modo di conoscere il contenuto dell'epistola e se ebbe modo di tornare a Monte Arsiccio in una terra che gli fu debitrice, per aver consentito alla gente del posto di uscire dalla secolare primitiva e disumana arretratezza. 

Associazione culturale Lucchina e Ottavia

mercoledì 16 ottobre 2013

"L’oro di Roma sotto a montagne di scatole di scarpe"

Intervento di Claudio Ortale, ex consigliere del Municipio XIV (prima XIX)

"Quando venni a sapere della scoperta di un lungo tratto di strada romana a Quartaccio, risalente già al primo secolo avanti Cristo, non potei fare a meno che prendere la moto e la mia compagna per andare subito a vederla. Fu una sensazione davvero fantastica: lastre bianche come il gesso che si susseguivano in modo regolare e che avanzavano per un lungo tratto di almeno cento metri. Sui lati della stessa furono rinvenute anche delle tombe, a forma di nicchie, appartenenti a classi sociali meno abbienti. Ma il camminare in quel luogo aveva qualcosa di speciale e restai a lungo con la mia compagna a parlare di questo nuovo “Oro”, scoperto a neanche trecento metri dalle case popolari di Quartaccio. Come cittadini di zona si cercò subito di attivare dei canali con l’Amministrazione Comunale, il Municipio (allora XIX), con la Sovraintendenza, per la salvaguardia e valorizzazione del sito archeologico. Furono fatte numerose assemblea, partecipatissime, ospitate all’allora Polo Intermundia della scuola adiacente “Andersen”. E come eletto di Rifondazione Comunista feci approvare all’unanimità dal Municipio, il 5 ottobre 2006, un ordine del giorno che si muoveva nel senso indicato dalla volontà generale dei cittadini, attivatisi per la difesa della bellissima strada romana. Tante, tantissime parole e rassicurazioni: “per salvaguardare la strada romana dalle intemperie la metteremo sotto una bella teca” ; “creeremo un bel sito archeologico che collegherà la strada romana al vicinissimo vascone, sempre di epoca romana, rinvenuto anni prima dall’altra parte della strada”; “realizzeremo un bellissimo ed importante archeoparco con tanto di visite guidate da parte delle scolaresche”. Ma, alla fine, ecco la Verità: “per tutelare meglio la strada romana, messa sotto teca, la ingloberemo nel centro commerciale già previsto nel piano esecutivo delle opere da realizzare in loco”; “chiaramente la metteremo in una parte del centro commerciale dove sarà possibile ai visitatori ammirarla in tutte le sue parti ma sotto teca”. Cosa è successo poi di tutte queste “belle parole”(come un tempo si diceva alla Valle dell’Inferno)? Che le case realizzate sono tante ma la gente che le abita, visti i prezzi sempre proibitivi, sono poche ed il centro commerciale è rimasto per lunghissimi anni come un “parallelepipedo enorme” completamente vuoto caduto su Quartaccio; in pratica: una meteorite a forma rettangolare. Sono passato, sempre in moto, davanti alla “meteorite” lo scorso maggio. Sempre vuota e dalla larga vetrata di ingresso si intravedeva benissimo la teca di vetro che proteggeva la nostra bella strada. Ma la scorsa settimana una amico mi dice via sms: “Ma hai visto che fine ha fatto la famosa valorizzazione della strada romana a Quartaccio?”. Incuriosito della cosa, prendo stavolta lo scooter (la moto storica c’è ma la faccio faticare di meno) e vado direttamente in loco. Trovo la meteorite trasformata internamente in un centro commerciale di abbigliamento “low cost” e fino a qui dov’è il problema? Ma da bravo seguace del santo Tommaso, detto anche San Tommaso, decido di raggiungere la zona all’interno delle meravigliosa strada romana, protetta come sempre dalla teca di vetro, così da poterla nuovamente ammirare. Sorpresa: la lunga teca che protegge la strada e ricoperta di montagne di scatole di scarpe e di sedioli kitsch  dove provarle. Di fatto, è stata seppellita per dare spazio alla vendita di scarpe “low cost”. L’ORO DI ROMA, quello che potrebbe anche ridare benessere economico, oltre che culturale, alla nostra bistrattata città, COPERTO SOTTO MONTAGNE DI SCATOLE DI SCARPE! Non resteremo in silenzio davanti a questa ennesima vergogna, la nostra lotta continua."