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mercoledì 20 maggio 2015

La "poesia" di De Andrè che parla anche di Ottavia...

Proponiamo ai nostri lettori, soci e simpatizzanti, la lettura di questo articolo che ci è stato inviato dalla nostra socia Silvia Ripà. Si tratta di un'interessante riflessione, ispirata da una famosa canzone di Fabrizio De Andrè, sulle convenzioni e mentalità che caratterizzano le relazioni umane e sociali in certi paesi e quartieri della nostra Italia.
Potremmo ritrovare tra le parole di questa canzone la descrizione di certi aspetti del nostro quartiere o di alcune periferie romane?

“Monti di Mola”: il paradosso di un’ordinaria comunità
di Silvia Ripà

“Monti di Mola” è un brano di Fabrizio De André in dialetto sardo, nell’album “Le Nuvole”. Il titolo dell’intero album è estremamente significativo, in quanto richiama una meravigliosa opera di Aristofane, un commediografo greco vissuto ad Atene nel fervente V secolo a.C. Le “nuvole” a cui si riferisce Aristofane sono i sofisti e tutti quei personaggi che andavano predicando tra la gente la priorità delle sottili disquisizioni rispetto a problematiche poco concrete, fatto che avrebbe potuto sovvertire il comune “buon senso” della morale tradizionale e, ancora più grave, sancire il disinteresse per la Cosa Pubblica, come di fatto avvenne meno di un secolo dopo. Ovviamente in tal senso la “nuvola” più ingombrante è proprio Socrate, bersaglio prediletto di Aristofane e forse non del tutto estraneo ad accuse di questo tipo.
De André, invece, nel suo album propone una diversa accezione dell’idea di Aristofane: per il cantautore le “Nuvole” rappresentano quelle presenze umane ingombranti e silenziose che, nel bene o nel male, si levano alte nel cielo rispetto al comune pensiero e si contraddistinguono per grandezza e unicità.

Ma un cantore del quotidiano degno dell’appellativo, non può certo soffermarsi solo sui grandi
nomi della storia: è una piccola nuvola che corre veloce nell’orizzonte anche l’umile protagonista di “Monti di Mola”, un pastore sardo che vive in Gallura, nella Costa Smeralda, prima che diventasse meta di turisti affamati di vacanze.

Ci troviamo trasportati dentro una fiaba di paese, un racconto che somiglia a quelli che passavano di bocca in bocca al tempo dei nostri nonni, che sembrano distanti e vicini allo stesso tempo.
Una mattina come tante, nei pressi dei Monti di Mola, un’asina dal mantello candido e soffice sta pascolando nel prato. Poco distante da lei, un giovane bruno, aitante e di bell’aspetto, si dedica al lavoro quotidiano, tagliando i rami e si prendendosi cura del pascolo. L’asina e l’uomo si incontrano per caso, spinti dalla medesima, elementare necessità, quella di procurarsi dell’acqua da bere. Mentre si rifocillano dallo stesso torrente, voraci e assetati d’acqua e di tutto il resto, i due incrociano gli sguardi. D’un tratto entrambi si riconoscono come simili, specchiandosi l’uno nel bisogno e nella sete dell’altro. Osservando gli occhi dell’asina, l’uomo scopre in lei qualcosa di familiare, che gli è caro più di ogni altra cosa, perché parte della propria vita: il colore del mare. E il ragliare di lei - come risposta alle sue attenzioni - diventa irrilevante rispetto a ciò che egli immagina di aver visto nel riflesso di quelle iridi, niente più del ritratto di sé stesso.
I due s’innamorano subito. Il giovane inizia a ragliare pur di abbracciare persino i suoni emessi dell’amata e lei gli risponde, assaporando ciò che già sogna per loro, in pieno divenire; l’evidente incomprensione non rappresenta un limite per quella folle passione. Si tratta del primo amore per entrambi, descritto come un’esperienza che succhierà in ogni caso tutta la loro forza, lasciando poco o nulla per ciò che verrà dopo. Il presagio è quello di una sincerità nei sentimenti destinata a lasciare il posto all’esplicazione razionale del comune sentire, secondo cui un’asina non può certo costruire un futuro con un essere umano e quindi tanto varrebbe non lasciarsi trasportare affatto dalle emozioni del momento. E difatti, com’era prevedibile, il segreto non dura a lungo. La magia spontanea e naturale del primo incontro viene quasi subito interrotta dall’invadenza brutale della morale collettiva, che irrompe e si manifesta attraverso gli occhi indiscreti di una vecchia nascosta nella boscaglia. L’anziana signora, a propria volta vittima di un contesto sociale che l’ha condannata alla solitudine, maledice la propria infelice condizione: non può più ambire al corteggiamento di un bel giovane, come invece accadeva quando era ancora avvenente; si sente perciò sopraffare da un moto d’invidia, in fondo non è giusto neppure che un’asina si ritrovi al centro delle attenzioni di un uomo tanto piacente.
Chiunque abbia avuto esperienza della vita che si conduce in un piccolo paese, sa quanto ci sia di vero nella strofa che funge da cerniera nel testo:
“Ma nulla si può fare nulla
in Gallura
che non lo vengono a sapere
in un'ora”

Come in un dramma di Eschilo, all’improvviso l’istinto cede per sempre il passo alla fredda
giustizia della ragione. La vecchia si erige a portavoce degli abitanti di Gallura e tutti in paese parlano di quel giovane che va accoppiandosi con un’asina nei boschi, probabilmente lo deridono. D’un tratto un grottesco matrimonio sembra l’unica via d’uscita lecita, paradossale, ma socialmente accettabile. Subito emerge tutta l’ipocrisia della gente: il problema non era l’unione tra un’asina e un membro di Gallura, bensì il fatto che tale unione non fosse sancita da un rito approvato dalla società, il matrimonio. Capendo di non avere scelta, i due non oppongono resistenza di fronte al paese già agghindato a festa, pronto per celebrare l’ennesima liturgia, l’unica in grado di regolare la passione fra due amanti:

“Amore grande
Di prima volta
L’ape ci succhia tutto il miele di questo mirto”
Il seguito delle due vite sembra segnato: il loro amore è destinato a spegnersi e nel contempo a durare per sempre, eternato dalla memoria del pubblico e dal rito condiviso. Tuttavia, proprio come capita nel finale derisorio della commedia di Aristofane, quando gli uomini si prendono troppo sul serio e pretendono di sovvertire le leggi della natura con quelle umane, questa capovolge con forza maggiore le loro sorti e li mette davanti all’irridente realtà. Al momento cruciale della firma, e di fronte a tutti gli abitanti di Gallura, emerge una tragica verità, che impedisce al giovane di convolare a giuste nozze con l’asina: sono cugini di primo grado!
Dunque non c’era nessuno scandalo che non fosse già esistito, niente di nuovo nell’incresciosa situazione, a parte la memoria corta della piccola comunità, elevata ora a grandiosa metafora dell’intera società umana e delle sue bizzarre regole, scritte nell’ipocrisia e condivise da tutti quelli che guardano il mondo attraverso gli occhi stanchi del proprio vicino di casa; tuttavia neanche i due miseri protagonisti escono indenni da quest’ironia spietata: si sono rivelati la quintessenza della mediocrità, avendo desiderato più d’ogni altra cosa uniformare la prima parte della vita, limpida e feconda di prospettive uniche – rappresentata dall’esperienza di un primo amore travolgente – con la seconda, esemplificata dalla volontà di legittimare il proprio diritto a vivere attraverso l’approvazione esterna.
Almeno per una volta, non sarà un matrimonio mancato a lenire la dolcezza del più vero dei lieti finali.