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lunedì 11 settembre 2017

Amore, eros, pornografia e cultura nel dialogo immaginario tra Venere e Masoch



Cinquanta sfumature di Masoch: la nascita di un ideale

                      Di Silvia Ripà  

                            
Parlando di sadismo e masochismo purtroppo la mente, troppo spesso irrispettosa del suo potenziale, si volge in automatico al film - libro, saga o che dir si voglia - “Cinquanta sfumature di grigio”. La ragione risiede probabilmente nello scandalo suggerito, che ciascuno ha poi declinato in base alla propria sensibilità: per il maschilismo, per la società odierna, per la passività, per le pratiche sessuali sperimentate (ma solo perché “non si fa così”, la sanno tutti lunga in quanto a bondage) e così via. Qualcuno si è giustamente scandalizzato per il successo riscosso da un prodotto mediocre, ma sarebbe superfluo rilevare l’ovvio. In ogni caso è stato offerto uno spunto di riflessione non banale, che fino a poco tempo fa risultava addirittura elitario: la letteratura erotica è un genere che merita un adeguato riconoscimento e rimarcare la differenza con la cosiddetta pornografia sembra una sorta di retaggio vittoriano, esclusivamente terminologico.
Il Medioevo distingueva, con profondità, tra due tipi di demonismo, due perversioni fondamentali: l’una per possessione, l’altra per patto o per l’alleanza. Se identificassimo il Demone con quel groviglio di istinti primordiali, che la Cultura occidentale ci ha insegnato dalla nascita a tenere sotto controllo, non potremmo che scendere a patti con loro e propendere verso una delle due perversioni che ne conseguono: il sadismo e il masochismo, ovvero due naturali pulsioni dell’essere umano, perennemente in bilico tra dominazione e sottomissione, dominatore di pochi e vittima di molti.
Per dare un assaggio del meraviglioso cosmo racchiuso nell’asettico aggettivo “masochista”, non si può che trovarne un altro, meno umiliante e più realistico: “idealista”. Venere stessa, in quanto incarnazione dell’amore carnale e ideale, è la mèta a cui aspira il masochista: costui non potrebbe mai accettare l’abiura di sé stesso se l’oggetto amato e dispensatore di punizioni redentrici non fosse qualcosa di inarrivabile, in virtù del quale ogni dolore possa essere superato, sopportato e, infine, addirittura desiderato. Cosa c’è, in questo concetto, di così lontano dall’Amore cortese e principesco che si insegna alle bambine? Cosa c’è, in quell’insegnamento, di più puro e meno grottesco di un uomo che aneli alla sua Venere avvolta nello zibellino? Immaginiamo questa Venere pagana, a cui tutti, almeno per una volta, abbiamo votato il nostro respiro. Immaginiamola comodamente seduta e infreddolita, davanti ad un caminetto scoppiettante, in tutta la sua sovrumana avvenenza, il viso pallido dagli occhi di pietra illuminato dal fuoco. La sublime donna, con il corpo marmoreo avvolto in un’ampia pelliccia, potrebbe finalmente rispondere alle nostre domande; ma non come farebbe una qualsiasi donnetta amica che, tale e quale a Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico: ella rappresenterebbe piuttosto la più pura incarnazione del proprio sesso, senza opposizione, senza contrapposizione, senza altro al di fuori del sé.
Noi masochisti quindi Le chiederemmo: «Gentile Signora, perché indossa quella pelliccia? Non fa più freddo da mesi, siamo nel pieno dell’estate. Evidentemente anche lei soffre di nervosismo».
E la Dea inizierebbe così a risponderci: «Non tremo per il freddo. Tremo perché capisco finalmente la virtù delle donne nordeuropee e la filosofia tedesca che le ha cresciute. Non mi meraviglio che tutti voi, tedeschi e nordici per adozione, non sappiate amare e non abbiate la più pallida idea di come comportarvi».
Noi masochisti, certi di aver sempre amato più di quanto non lo fossimo mai stati, ci indigneremmo: «Mi permetta di dire che qui noi tutti abbiamo amato. Non Le abbiamo dato alcun motivo per dire questo. Abbiamo costruito relazioni durature, basate su sentimenti autentici. Abbiamo investito tempo e abbiamo sofferto quando non siamo stati corrisposti dalla stessa intensità o quando siamo stati lasciati».
Venere riderebbe di noi. Non le servirebbe nemmeno scomporsi per prendere la frusta e ferirci con una stoccata sadica: «Già, perché voi soffrite. E quale rispetto pretendete per tutta questa sofferenza. Amate qualcuno che vi contraccambia con atti di Crudeltà. Ma chiamate Crudeltà l’elemento primo della sensualità, dell’amore più vivo, la natura stessa della donna, ossia il darsi completamente quando ama e amare con la stessa intensità tutto quel che le piace»
«Quindi l’infedeltà non sarebbe per Lei un atto crudele? Esiste forse qualcosa di più doloroso dell’infedeltà della persona amata?»
«Oh - risponderebbe la Dea - noi siamo fedeli finché amiamo, ma voi pretendete fedeltà senza amore, e dedizione senza piacere. Chi tra i due è Crudele, allora? Voi prendete sempre l’amore troppo sul serio, parlate di doveri, di correttezza, quando non si dovrebbe parlare che di piaceri. Questa gioia per gli dèi non è cosa per voi uomini moderni, per voi figli della riflessione. Non appena volete essere naturali, diventate volgari. Non sapete camminare nudi, ma non desiderate altro che spogliarvi. La Natura vi si presenta come qualcosa di ostile, avete trasformato in demoni gli dèi sorridenti della Grecia e di me avete fatto un essere diabolico. Sapete solo mettermi al bando, maledirmi quando vi tocco, oppure scannarvi come vittime sacrificali davanti al mio altare, in preda al furore orgiastico, in balìa della mia bocca vermiglia; e poi ve ne scappate a piedi scalzi, con indosso un cilicio, sperando di trovare una ginestra lungo la strada brulla, quando sotto i miei piedi spuntano ogni momento rose e orchidee, ma non le cogliete. Il loro profumo non giunge fino a voi, rinnegati. Restatevene a riflettere tra le vostre brume celtiche e fra i fumi del vostro incenso cristiano. Ma lasciate noi pagani in pace sotto le ceneri di lava, non dissotterrateci più. Pompei non fu costruita certo per voi, non per voi furono costruite le nostre ville, i nostri templi. Voi non avete bisogno di dèi, se non per farvi frustare. E noi, nel vostro mondo cristiano, moriamo di freddo».
Il Masochista – così come l’innamorato - non accetta che gli esseri umani possano rivelarsi semplicemente come quel famoso gallo spennato, gettato da Diogene nella scuola platonica tra le risate più ciniche, al suono dell’indelebile grido: “Eccovi l’uomo di Platone!”.
Nella sua pura e alta convinzione il masochista sembra addirittura dignitoso, poiché preferisce innalzare sé stesso desiderando una dèa o un dio, l’incarnazione androgina di Venere. Per lenire lo strazio di questo clamoroso errore ogni frustata darà piacere e nel contempo sarà fonte di redenzione. Dunque un comportamento masochista rappresenta l’ultimo baluardo difensivo per ogni idealista eternamente innamorato di qualcosa. Quale sarà il contrappunto di quest’atteggiamento passivo-aggressivo, il centro di frattura, solo il sadico potrà raccontarlo, l’unico in grado di comprendere.
Ma, da essere umano, il masochista ha scelto come tutti solo il male minore per sé: meglio essere puniti dalla dèa dei propri sogni, che giacere accanto a galli spennati e scimmie parlanti.

                                                                                                                               

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